Informazioni di ordine generale

I beni civici

In questa pagina sono riportate le principali informazionio sull’origine e sulle peculiarità dei beni comuni; i capitoli della presente sezione sono i seguenti (cliccando sul titolo si scorre alla risorsa).

Le radici delle nostre istituzioni: la Vicìnia e la Comunità di villaggio


Beni comuni e Beni comuni tradizionali


Il primato della Comunità degli Abitanti


Il Nobel dei Beni Comuni


Un altro modo di fare economia / Valori patrimoniali ed Economia solidale


La normativa di riferimento


I valori patrimoniali collettivi come elementi propulsivi di un’economia auto-sostenibile e solidale

Le radici delle nostre istituzioni: la Vicìnia e la Comunità di villaggio

Organismo basilare della vita della comunità era l’assemblea dei capifamiglia, la Vicinia, termine che nel linguaggio comune e giuridico contrassegnava il villaggio e la comunità dei suoi abitanti (…). L’istituto assembleare, di origine antichissima e presente in tutte le società rurali con denominazioni e attribuzioni diverse, rappresentava il fondamento dell’unità del villaggio e lo strumento peculiare dell’autogoverno contadino. A questa assemblea competevano quasi tutti gli affari amministrativi e finanziari, la ripartizione del carico fiscale (di cui il villaggio era solidalmente responsabile) e dei lavori coatti (pioveghi o rabotte), la stesura del calendario agricolo, la designazione dell’apparato di governo locale (per elezione e per avvicendamento di ogni casata), le relazioni con le cancellerie feudali e con ogni altra istituzione, ecc. La Comunità (o la Vicinia), superando divisioni interne, contrasti sociali e inimicizie tra casa e casa (presenti e operanti), riacquistava compattezza interna e interveniva con tempestività, riattivando i vincoli di reciprocità e di solidarietà interni, ogni qualvolta venivano messi in discussione dall’esterno l’autonomia del villaggio, le norme statutarie, le regole morali, l’integrità territoriale e il patrimonio fondiario collettivo (beni comuni e beni comunali).

L’unità amministrativa fondamentale era la villa o comune, che comprendeva uno o più villaggi ed era amministrata dalla vicìnia, ovvero dall’assemblea dei capifamiglia, presieduta da un decano. La vicìnia (riunione dei vicini) aveva il compito di stabilire le imposte, deliberava sull’amministrazione dei beni comuni e della chiesa, decideva dell’espulsione delle persone di «cattivo concetto» e imponeva piccole contribuzioni. Il decano esercitava funzioni di pubblica sicurezza, era intermediario fra le autorità superiori e il proprio comune e lo rappresentava nel convegno o arengo dei decani della propria convalle o nell’arengo generale.

Lo status di vicino era importante, perché conferiva il diritto al godimento dei beni demaniali, cioè dei pascoli comunali o pubblici e delle selve. L’origine della vicìnia è molto antica e spontanea: conseguentemente le sue norme furono consuetudinarie per un tempo molto lungo. Poi, fra Duecento e Trecento, furono codificate in statuti scritti, e le decisioni assembleari verbalizzate da notai o scrivani (…) «Il professor Bogisic – scrisse Carlo Podrecca su “Pagine Friulane” nel 1888 – il codificatore del Montenegro […] esprime la sua meraviglia per la Vicinia friulana, alla cui rivelazione attribuisce l’importance d’une sourse», l’importanza di una fonte, non soltanto di diritto consuetudinario, ma anche di molte altre informazioni sulla vita, la cultura e la mentalità popolari nei secoli dei “ritmi lunghi” della storia.

La Vicinia, che è un’assemblea di comproprietari, rappresenta allora in qualche modo il modello di una comunità perfettamente coerente con gli scrupoli di una società libera, basata sulla trascendenza dell’altro: sul rispetto assoluto che dobbiamo agli altri, alle loro proprietà, alle loro decisioni.

Oltre a ciò, la Vicinia è un’istituzione che può favorire un ripensamento della proprietà che sia anche in grado di prospettare un diverso universo politico: un ordine affidato ai singoli e alle loro opzioni, e in cui l’interazione spontanea e volontaria prevalga sulle logiche della decisione sovrana.

Beni comuni e Beni comuni tradizionali

Le Proprietà collettive vengono definite anche Beni comuni tradizionali perché – insieme ai Beni comuni globali e ai “News commons” – sono uno dei gruppi in cui possono essere suddivisi i Beni comuni.

La studiosa Nadia Carestiato definisce i Beni comuni tradizionali «quei Beni che le Comunità locali, in ogni parte della terra, hanno goduto e continuano a godere collettivamente per diritto consuetudinario».

Si tratta di Aree di pesca, di Campagne, di Boschi e di Pascoli posseduti collettivamente e riconosciuti come proprietà indivisibili, inalienabili, vincolate alla destinazione agro-silvo-pastorale e protette per la loro valenza ambientale.

Tale riconoscimento formale, spesso, non si traduce in un effettivo rispetto e in un’adeguata valorizzazione. Ma dove le Comunità decidono di esercitare pienamente il proprio dovere civico di partecipazione, applicando i principi costituzionali di sussidiarietà e solidarietà, si innescano rapidamente processi virtuosi che garantiscono:

benefici economici (valorizzazione delle risorse e dei saperi locali; rilancio delle attività agricole; fornitura di servizi ecosistemici e ambientali; integrazione fra attività primarie, culturali e turistiche; attualizzazione degli “Usi civici” di legnatico, rifabbrico, fungatico, pascolo, caccia, pesca…; sviluppo di Distretti di Economia solidale…)

benefici sociali (contenimento dello spopolamento e della disoccupazione; potenziamento dei servizi di prossimità; autogestione dei servizi essenziali; sviluppo del senso civico e della partecipazione democratica…)

benefici ecologici (custodia e gestione del territorio; perseguimento dell’autonomia energetica e alimentare; transizione verso un’agricoltura e una pesca estensiva e multifunzionale e una selvicoltura innovativa…).

Gli organismi che gestiscono i patrimoni comunitari sono retti da volontari e sono totalmente autofinanziati dalle proprie attività. Possono attingere a contributi pubblici, come gli imprenditori privati o gli Enti pubblici, ma non beneficiano di trasferimenti ordinari come gli Enti locali. Dunque, non sono un costo per le Comunità, ma una risorsa, sia di partecipazione sia economica.

«Questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale» Carlo Cattaneo (filosofo, politico e scrittore italiano).

Il primato della Comunità degli Abitanti

Ogni Assetto fondiario collettivo, pur nella sua enorme varietà, ci offre la testimonianza di due primati: il primato della Comunità sul singolo e il primato della Cosa sul singolo.

È la comunità che ha un primato e, nella tradizione degli Assetti collettivi, la Comunità è sempre stata intesa come un’ininterrotta catena generazionale.
E poi la Cosa: non oggetto di potere, ma oggetto di cure; la cosa come “Res frugifera”, cioè come fonte di sopravvivenza e come elemento vivo e vitale.
La Cosa per eccellenza è la terra: una realtà vivente, una realtà vitale; e il nesso non è con i poteri della Comunità o del Comunista, ma il nesso è rispetto alla catena generazionale che trova nelle cose possibilità di vita e sussistenza.

Quindi il rapporto Uomo-Terra è un rapporto vitale, che tocca l’esistenza del singolo che si inserisce armonicamente in un contesto cosmico, in un contesto di natura.
Per gli Assetti fondiari collettivi la terra è soprattutto ambiente, ossia è l’armonia fra azione umana e natura.

Il Nobel dei Beni comuni

Nel 2009, l’Accademia svedese delle Scienze ha assegnato alla studiosa americana Elinor Ostrom (1933-2012) il premio Nobel dell’Economia per i suoi studi sull’economia delle scelte collettive e delle risorse comuni, raccolti nel volume del 1990 “Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action”.
In quell’occasione, è stata richiamata l’attenzione del mondo intero sulla necessità di abbandonare l’insoddisfacente alternativa fra gestione pubblica o privatizzazione delle risorse naturali e dei servizi sociali.
Gli studi della Ostrom – ha scritto Fabrizio Galimberti sul quotidiano “Il Sole 24 Ore”, nei giorni successivi all’assegnazione del Premio Nobel – si oppongono al rozzo semplicismo e al bieco conservatorismo che non vedono altre soluzioni alla presunta “Tragedia dei commons” se non passare le risorse comuni «da “bene collettivo” a “bene pubblico” con regole, sorveglianti, sanzioni; oppure privatizzarli, e affidarli quindi alle logiche di mercato». «No, dice la Ostrom, c’è una terza via: gli utenti dei commons si possono associare e questi meccanismi consensuali possono dare risultati superiori alle attese». L’accademica statunitense, infatti, ha chiaramente dimostrato la validità e l’efficienza dei sistemi di gestione collettiva, qualora siano salvaguardati i “Criteri progettuali” che li connotano tradizionalmente e non siano imposte interferenze e intromissioni dall’esterno.

Nel 1998, quando era condirettore del Center for the Study of lnstitutions, Population and Environmental Change dell’Indiana University, Elinor Ostrom è stata invitata dal Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento a trattare il tema “Common property theory and experiences and time role of local institutions”, nel corso della 4^ Riunione scientifica. In quell’occasione, aveva proposto la sua riflessione sui “Criteri progettuali che favoriscono la stabilità nel tempo delle istituzioni per la gestione di risorse collettive”. Le Riunioni scientifiche di Trento, più volte, si sono soffermate sull’analisi e sull’applicazione delle teorie formulate dal Premio Nobel americano, in particolare nel 2011, quando l’intero convegno è stato intitolato: “L’altro modo di possedere dopo il Premio Nobel a Elinor Ostrom”.

Criteri progettuali che favoriscono la stabilità nel tempo delle istituzioni per la gestione di risorse collettive:

  1. Confini chiaramente definiti
      Gli individui o le famiglie che hanno diritto di prelevare unità dalla risorsa collettiva sono chiaramente definiti, come pure i confini della risorsa collettiva stessa.
  2. Congruenza
      La distribuzione dei benefici derivanti dalle regole di prelievo sono grosso modo proporzionati ai costi imposti dalle regole di approvvigionamento. Le regole che limitano tempo, luogo, tecnologia e/o quantità delle risorse unitarie sono stabilite in relazione alle condizioni locali.
  3. Consenso collettivo
      La maggioranza degli individui interessati dalle regole operative possono intervenire nella modifica delle stesse.
  4. Controlli
      I controllori, il cui compito è sorvegliare attivamente le condizioni delle risorse collettive e il comportamento degli utenti, sono direttamente incaricati dagli utenti e/o sono gli utenti stessi.
  5. Sanzioni graduate
      Gli utenti che violano le regole operative sono passibili di sanzioni (graduate in relazione alla gravità e al contesto dell’infrazione) da parte degli altri utenti o di funzionari incaricati dagli utenti o dagli uni e dagli altri.
  6. Meccanismi di risoluzione dei conflitti
      Gli utenti e i loro funzionari possono accedere rapidamente ad arene locali a basso costo per risolvere i conflitti tra utenti o tra utenti e funzionari.
  7. Minimo riconoscimento del diritto ad organizzarsi
      Il diritto degli utenti a creare proprie istituzioni non è contestato dalle autorità governative esterne.
  8. Imprese in sequenza dimensionale
      Per le Risorse Collettive che fanno parte di sistemi più ampi: il prelievo, l’approvvigionamento, i controlli, l’applicazione delle sanzioni, la risoluzione dei conflitti e le attività di gestione sono organizzati tramite imprese in sequenza dimensionale.

Un altro modo di fare economia / Valori patrimoniali ed Economia solidale

Se gestiti in maniera attiva ed innovativa, i Beni comuni tradizionali – ovvero quelle Aree di pesca, quelle Campagne, quei Boschi e quei Pascoli di cui le Comunità godono collettivamente per diritto consuetudinario come proprietà indivisibili e incommerciabili – diventano i veri elementi propulsivi di un’Economia solidale e autosostenibile e le basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita della società locale e della sua capacità di autogoverno.
Per ottenere questo risultato, tuttavia, è necessario non accontentarsi della salvaguardia dei Beni collettivi ma passare dalla riduttiva concezione del solo «prelievo» e della «rendita fondiaria» ad una vera «gestione patrimoniale», di tipo usufruttuario, in base al principio secondo cui la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse.

Mettendo a frutto i «valori patrimoniali», le Comunità proprietarie di Beni collettivi saranno in grado di restituire ai territori stili di vita propri e originali, di rilocalizzare l’economia e di ridurre l’impronta ecologica, chiudendo, a livello locale, i cicli dell’Alimentazione, dell’Acqua, dell’Energia e dei Rifiuti, per realizzare Filiere di produzione e consumo innovative, nell’ottica dei Distretti di Economia solidale, che anche la Regione Friuli-V. G. ha riconosciuto con la Legge 23 marzo 2017, n. 4 “Norme per la valorizzazione e la promozione dell’economia solidale”

La normativa di riferimento

Legge Nazionale n. 1776 del 1927
Rappresenta la legge fondamentale per gli Usi Civici e Proprietà Collettive, definendo gli attributi di inalienabilità, imprescrittibilità delle Proprietà Collettive;
Regolamento n 332 del 1928
Si tratta del regolamento attuativo della Legge Nazionale n. 1776 del 1927
Legge Nazionale n. 278 del 1957 “Beni di Uso Civico e Costituzione”
Questa legge descrive le modalità di governo degli Usi Civici in senso lato, indicando all’Art. 1 che il Comitato per l’Amministrazione separata avrà durata di 4 anni e sarà composto da 5 membri;
Legge Nazionale n. 97 del 1994 “Nuove disposizioni per le zone montane”
Con tale legge viene istituito il Fondo Nazionale per la Montagna, e viene conferita alle Proprietà Collettive la personalità giuridica di diritto privato “Al fine di valorizzare le potenzialita’ dei beni agro-silvo-pastorali in proprieta’ collettiva […]“
Legge Nazionale n. 431 del 1985 (Legge Galasso)
La Legge Galasso rappresenta la prima norma per la tutela dei beni naturali e ambientali, assimilando anche in parte la norma sulla tutela paesaggistici (LN 1497/39). Qui le Proprietà Collettive vengono citate come elementi meritevoli di tutela paesaggistica tout court.

I valori patrimoniali collettivi come elementi propulsivi di un’economia auto-sostenibile e solidale

Il Coordinamento delle Proprietà Collettive del Friuli-VG è un’associazione di promozione sociale, nata oltre 20 anni fa per tutelare i diritti civici, le terre collettive, e per assistere in ogni loro necessità le Comunità che gestiscono ed utilizzano i propri beni civici. Tali beni collettivi sono diffusi in ogni angolo della Regione Friuli-V.G.: aree di pesca, di campagne, di boschi e di pascoli, riconosciuti per legge come proprietà indivisibili, inalienabili, vincolate nella destinazione agro-silvo-pastorale e con un’eminente valenza ambientale. Oggi il Coordinamento regionale rappresenta 10 Amministrazioni di beni civici formalmente costituite, 24 Comunelle del Carso (+ 5 in via di riconoscimento), 8 Comunioni familiari della ValCanale / Canal del ferro (+ 6 informali) e 2 Comunioni familiari riconosciute del Friuli (+ 9 in procinto). Ma in Regione ci sono ben 46 Comuni con patrimoni accertati in base alla legge statale 1766/1927 (ovvero potenziali Amministrazioni di beni civici), cui vanno aggiunti i Comuni ove operano le Comunioni familiari costituite ai sensi alla legge regionale 03/1996. Pertanto si possono stimare, per difetto, oltre 420mila cittadini coinvolti (pari al 35% della popolazione regionale), su una superficie di 3.640 chilometri quadrati (pari al 45% del territorio del Friuli-VG).

Noi riteniamo che, se gestiti in maniera attiva ed innovativa, i beni comuni possano produrre oggi, soprattutto, valore di scambio oltre al tradizionale diritto d’uso, ovvero costituire le basi patrimoniali di attività economiche imprenditoriali di tipo collettivo, elementi propulsivi di un’economia solidale e auto-sostenibile in grado di portare a una crescita dell’economia e della società locale e della sua capacità di autogoverno. Per ottenere questo risultato, tuttavia, non ci si può più accontentare della salvaguardia dei beni, ma passare dalla riduttiva concezione di solo prelievo e rendita fondiaria ad una vera gestione economica e patrimoniale (in senso civilistico) dei beni, pur nel rispetto del principio secondo cui la proprietà delle terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse.

In questo contesto e con queste motivazioni era nata l’iniziativa di gestione forestale associata delle proprietà boschive delle valli Degano-Pesarina, progetto che coglieva la crisi del comparto forestale come un’occasione e una sfida per le Comunità titolari di beni collettivi. Le due valli comprendono 5 Comuni amministrativi, per una superficie territoriale complessiva di 30mila ha ed una superficie forestale di 16mila ha circa. In questo territorio, oltre ai 5 Comuni, sono presenti 4 Amministrazioni di beni civici, 3 Consorzi privati e 2 Comunioni familiari di diritto privato. Infine, diversi proprietari privati, singoli o, più di frequente in proprietà indivise con numerosi partecipanti, possiedono boschi di discreta superficie. Il bosco di produzione complessivo di questo territorio, con certificazione ecologica PEFC come si evince dai Piani di Gestione Forestale, ammonta a ben 5.400 ha. Il volume complessivo dei tagli programmabili risulterebbe perciò pari a circa 20.000 mc/anno.
Gli obiettivi generali del progetto di gestione forestale associata tendevano a: – garantire ragionevoli certezze riguardo i tempi di esecuzione dei lotti e soprattutto la corrispondenza fra legname tagliato e fatturato; -superare la frammentarietà della proprietà forestale e permettere economie di scala, di scopo e risorse; – estendere l’integrazione orizzontale fra i diversi proprietari forestali; – concorrere alla cura e alla salvaguardia del territorio; – sviluppare infine un’autonoma forma di coordinamento economico prima e politico poi dei diversi soggetti. Indirettamente, ci si proponeva anche un maggior sviluppo della viabilità forestale delle singole proprietà, la manutenzione ambientale e la realizzazione di piccoli tagli per conto terzi e l’erogazione di servizi civici alla popolazione (come la vendita agevolata di legna da ardere pronta).
Nello specifico, si trattava di: – gestire modernamente il patrimonio forestale ed ambientale, con lavorazione diretta dei lotti boschivi e vendita diretta del legname a piazzale; – effettuare le utilizzazioni boschive per area omogenea, intervenendo su tutte le proprietà dei soggetti ivi presenti, per aumentare i volumi prodotti e migliorare i risultati economico-finanziari per commessa, raggiungendo finalmente una produttività allineata ai livelli europei; – instaurare, attraverso il soggetto capofila, un sistema di vendita snello, efficiente, trasparente ed efficace; – conseguire un adeguato livello di meccanizzazione, individuando un soggetto capo-fila che si dotasse di quelle macchine ed attrezzature moderne, non alla portata del singolo o semplicemente antieconomiche se non destinate a adeguate superfici forestali da utilizzare.

In 5 anni furono realizzati diversi lotti boschivi, per complessivi 10mila mc, tramite una proprietà collettiva che con le sue risorse umane e materiali ne eseguiva la lavorazione, mentre il soggetto proprietario civico curava la vendita del legname assortimentato a piazzale. L’accordo temporale, di tipo etico più che economico (no rendita parassitaria da un lato e no sottrazione ingiustificata di risorse potenziali dall’altro, ma partecipazione paritaria dei soggetti) prevedeva il riconoscimento al soggetto proprietario del 50 % dei ricavi di vendita del legname. Nel medio periodo tale impostazione ha prodotto risultati soddisfacenti per entrambe le parti, risultando compensati da un lato le differenze dei costi di utilizzazione e dall’altro quelle dei ricavi ottenibili dal mercato. Infatti, i diversi soggetti hanno conseguito nel periodo margini lordi medi del 16%: l’impresa boschiva civica rispetto al pareggio economico di commessa e la proprietà boschiva civica rispetto alla vendita del lotto in piedi. Ma il progetto non decollò, come dimostrato dai limitati volumi lavorati e venduti (1/2 del potenziale annuo in 5 anni). Tralasciando i Comuni, che operano in modo casuale o tramite Consorzio Boschi Carnici, la causa principale si identifica agevolmente nella mancata collaborazione, per non dire diffidenza, di 6 proprietari collettivi delle valli Degano-Pesarina (2/3 del totale). L’impresa collettiva capofila non poté conseguentemente incrementare i propri investimenti in macchine ed attrezzature, né moltiplicare il numero dei lavoratori dipendenti impiegati. D’altro canto, ad esempio, non fu possibile modernizzare il diritto civico di legnatico (oggi tecnicamente impraticabile), attraverso il cottimo di lavorazione di faggio di proprietà collettiva e la conseguente vendita a prezzo agevolato di legna pronta alla propria comunità degli abitanti. Eppure, come dimostrato tanto in letteratura quanto dal progetto illustrato, non ci sono alternative: bisogna arrivare ai cottimi di lavorazione del lotto boschivo e alla vendita del legname a piazzale. Qualsiasi altra strada, rivolta ad un passato inefficiente come la vendita in piedi o a un indesiderabile futuro come il mandato di gestione, è sbagliata. In particolare per le Proprietà Collettive, che abbisognano della programmazione di risorse certe per poter eseguire investimenti (mediante leva finanziaria, ovvero il co-finanziamento di contributi regionali, nazionali, europei), a favore del patrimonio civico (terreni, ma anche edifici) e delle proprie comunità (servizi commerciali di prossimità, cultura, turismo, artigianato). Le politiche regionali dovrebbero perciò distinguere e premiare molto diversamente chi vende i lotti in piedi rispetto a chi fa eseguire i cottimi di lavorazione e vende il legname a piazzale. Ma, anche sulla base della esperienza qui esemplificata, andrebbero finalmente finanziati in toto progetti di vallata che, senza costituire formalmente nuovi soggetti, promuovano con vincolante determinazione l’organizzazione pratica della gestione forestale associata. Infine, come Coordinamento regionale delle Pp Cc, dobbiamo rimarcare che ostacoli normativi e burocratici dissuadono ancora molte realtà dal cimentarsi in forme nuove di partecipazione comunitaria e che, in ambito politico e amministrativo, permangono pregiudizio ideologico e inaccettabile ignoranza sul principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale che le Amministrazioni civiche concretamente rappresentano. Ma il Senato della Repubblica ha recentemente approvato la nuova legge sui domini collettivi, ed entro breve lo stesso accadrà alla Camera dei Deputati. Molto e molto presto, sentirete ancora parlare di noi.

Delio Strazzaboschi – Segretario Coordinamento Proprietà Collettive Friuli-VG